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Il teatro popolare dell'Appennino tosco-emiliano
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I disegni sono di Angelo Corsini
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Le manifestazioni di benvenuto alla primavera, i riti di fertilità, occupano notevole spazio e importanza nella storia della cultura del mondo popolare. Anche se ridotti ormai a piccole isole arcaiche in seno alla cultura popolare dei nostri tempi, hanno ancora un significato che riescono a esprimere nonostante il contesto della vita attuale che tende ad annullare sempre più qualsiasi valore umano. Alcune di queste superstiti manifestazioni rituali di benvenuto alla primavera si svolgono
nel mese di maggio ora con una celebrazione del rifiorire dell'albero con il quale si identifica il ritorno della buona stagione, ora con
una questua e un corteo processionale (come i Maggi lirici dell'Emilia-Romagna e della Toscana), oppure con una rappresentazione teatrale
all'aperto, come, ad esempio, i Maggi drammatici dell'Appennino tosco-emiliano, anche se hanno progressivamente perduto nel corso degli
anni gli elementi rituali per acquisire sempre maggiori caratteristiche di spettacolo e raggiungono ora il culmine con le
rappresentazioni estive. Oggi, infatti, il mese di agosto, con la festa di Ferragosto, costituisce il vertice dell'interesse per questa
forma di spettacolo: ancora una volta, come un tempo era lieta consuetudine di ogni festa o domenica, le famiglie montanare si ritrovano
al completo: le fabbriche, i cantieri del nord sono chiusi e le ferie riconducono al paese gli emigrati. Particolari canzoni dedicate al mese di maggio e alla primavera si trovano nelle tradizioni popolari di qualsiasi paese, così come sono facilmente rintracciabili in diverse parti d'Italia: dalla Sardegna alla Sicilia, alla Calabria e, quindi, seguendo un itinerario segnato dalla dorsale appenninica, fino al Piemonte, nelle zone del Monferrato e del Canavese. La Toscana, nell'epoca del Magnifico (« Ben venga maggio e il gonfalon selvaggio», in particolare, fu la terra dove il "maio" pose le sue radici più profonde. La canzone di maggio che si identifica
nel Maggio lirico (in contrapposizione al Maggio drammatico o epico), cosi come è giunta fino ai giorni nostri, si presenta in due
versioni (a seconda del giorno e delle finalità per cui si canta) che danno origine al Maggio sacro e a quello profano. Il Maggio sacro, detto anche delle "Anime", si canta la prima domenica di maggio. Alcuni cantanti accompagnati da suonatori di fisarmonica, chitarra e violino vanno per le strade del paese cantando e questuando: infatti lo scopo di cantare il Maggio delle "Anime" è quello di raccogliere offerte per una messa in suffragio dei defunti. Il Maggio profano, invece, detto anche delle "Ragazze", che si svolge tra la notte del 30 aprile e il I maggio, ha lo scopo di propiziare la venuta della buona stagione. Anche qui un gruppo di cantori con accompagnamento di fisarmonica, violino e chitarra, percorre le strade del paese cantando una serenata in onore della primavera (« Ecco il ridente maggio, / ecco quel nobil mese, / che sprona ad alte imprese / i nostri cuori»). Alcune strofe particolari vengono cantate sotto le finestre delle ragazze: si tratta dell "Ambasciata". Questi canti rimangono inalterati nel corso degli anni: altri versi invece, pure essi cantati, cambiano ad ogni manifestazione; sono i "rispetti" dedicati alle varie famiglie del paese. Da queste due forme di canzoni di maggio, che trovano la loro origine nell'arcaica matrice dei riti di fertilità, è derivato il Maggio drammatico o epico, influenzato certamente anche da altre forme drammatiche come le Sacre rappresentazioni. Il Maggio, una delle più vive realtà della cultura del mondo popolare di oggi, è uno spettacolo che oltre duecento anni fa ha trovato in Toscana la sua sede stabile, dalla quale è poi risalito lungo i crinali dell'Appennino tosco-emiliano toccando il Modenese, il Reggiano, il Parmense. Questa espressione popolare ha subito in seguito modifiche ed evoluzioni durante il processo di diffusione operato dagli emigranti stagionali dell'Emilia che rientravano alle loro case attraverso le antiche vie Vandelli e Giardini (le uniche strade che nell'Ottocento valicassero l'Appennino, dopo i" mesi passati lavorando nelle terre toscane della Garfagnana, della Lucchesia, della Versilia spingendosi a volte anche fino all'Isola d'Elba. Oggi il Maggio è un vero e proprio spettacolo che consiste in una rappresentazione in versi,
con accompagnamento strumentale. L'argomento del copione è affidato a trame fantastiche che si ispirano a volte anche a fatti storici.
Gli attori (chiamati maggianti in Toscana, maggerini in Emilia), come anche gli autori, di questa forma di teatro popolare, sono gli
abitanti (contadini, operai, artigiani, pastori) dei paesi dell'Appennino tosco-emiliano dove gli stessi Maggi vengono rappresentati. In
questi paesi un tempo il Maggio costituiva l'unica forma di spettacolo, l'unico divertimento, che non si esauriva tuttavia nelle sole
giornate della recita, ma teneva legato l'intero paese durante tutto l'anno: le trame più complicate, i personaggi più favolosi e
fantastici, i passaggi più belli, gli interpreti più bravi erano motivo di conversazione nelle osterie, nelle stalle durante le lunghe
veglie invernali. Il Maggio, diffondendosi dalla Toscana in Emilia, ebbe a subire modifiche ed evoluzioni ancora facilmente riscontrabili
nelle varie rappresentazioni. In Toscana la parte più bella della rappresentazione è il canto: le interpretazioni dei maggianti sono
talvolta perfette dal punto di vista vocale, arricchite Questo in Garfagnana: nelle province di Lucca e di Pisa (come anche nelle zone del Bruscello) i costumi vengono presi a noleggio dalle sartorie teatrali e cambiano di volta in volta, secondo lo spettacoli. In Emilia, oggi solamente nelle zone
del Reggiano e del Modenese, lo spettacolo offre un maggiore dinamismo, pur mantenendo evidenti matrici mutuate dalla Toscana. C'è
forse anche un maggiore interesse attorno al Maggio, come lo dimostrano anche i molti autori che continuano a scrivere copioni anche
oggi, a differenza della Toscana. In Emilia ogni attore ha il suo costume che usa in ogni rappresentazione e lo accompagnerà nel corso
di tutta la sua carriera di attore del Maggio. I costumi sono di proprietà degli attori o delle compagnie che qui, nella quasi totalità,
sebbene a diversi stadi organizzativi, raggruppano i maggerini dei paesi dove ancora oggi continua la tradizione del Maggio. I costumi
vengono approntati da sarte di paese sulla scorta delle indicazioni certamente avute da chi un tempo aveva visto questi spettacoli in
Toscana, e sono andati via via trasformandosi e arricchendosi (pur nella estrema semplicità che vediamo oggi) di fregi e disegni dettati
dalla fantasia. Sono di velluto nero: una giubba con una corta mantellina, pantaloni alla cavallerizza, lunghi gambali. Sul nero del
velluto spiccano stemmi e disegni dai colori vivaci. Quasi ovunque la lunghezza dei copioni va orientandosi sulla durata di due ore e mezza, tre ore o tre ore e mezza. Un tempo duravano diverse ore fino a coprire l'intero pomeriggio, a giustificazione del fatto che il Maggio era l'unico divertimento allora esistente. E' stata un'esigenza imposta dal mutato ritmo di vita dei giorni nostri, che tuttavia non ha recato gravi danni all'economia dello spettacolo, rendendolo più accettabile e contribuendo in tal modo, in maniera determinante, alla sua sopravvivenza. Un tempo, nel secolo scorso,
verso il 1850 i testi venivano pubblicati a stampa: esistono decine e decine di testi stampati dalla tipografia Sborgi di Volterra nel
1867. In seguito i testi venivano ricopiati a mano e quindi distribuiti di paese in paese. Questa tradizione dei copioni manoscritti è
continuata fino a qualche tempo fa, sostituita poi dalle copie in ciclostile e, di recente, dalla pubblicazione da parte della
"Società del Maggio Costabonese" dei copioni in numeri speciali della rivista "II Cantastorie" di Reggio Emilia. I luoghi delle rappresentazioni sono
generalmente all'aperto, in radure naturali che accolgono gli spettacoli da maggio a agosto. A Buti le recite avvengono invece in teatro,
mentre a Montepulciano sulla piazza del Duomo. II Bruscello è un'altra forma della drammatica popolare propria della provincia di Siena, che ha toccato anche le provincia di Grosseto, Lucca e Pistola, che presenta caratteri affini ai Maggi. Tre sono le matrici originali del Bruscello, che hanno dato vita nel passato ad altrettanti temi nei quasi si identificava questa manifestazione: l'argomento nuziale (l'amore contrastato che alla fine trionfa: era la forma più usata), l'argomento epico-cavalleresco (proprio dei Maggi), la rievocazione di una scena di caccia (che si faceva anticamente con una lanterna e con un ramoscello, da cui probabilmente derivò lo stesso nome di Bruscello). Di queste tre forme quella che è giunta sino ai giorni nostri è stata la prima, il Bruscello di argomento amoroso, che da manifestazione propria del Carnevale, oggi viene alternata alle recite del Maggio in alcuni paesi delle provincia di Lucca e di Pisa. Il Bruscello in una veste moderna lo possiamo trovare oggi a Montepulciano (nel Senese: di questa zona vogliamo anche ricordare un'altra compagnia di bruscellanti tradizionali, attiva fino a qualche tempo fa sotto la direzione di Irma Donatelli). A Montepulciano agisce la "Compagnia Popolare del Bruscello" costituita nel 1939 dal conte Lucangelo Bracci per continuare questa rappresentazione allora in vita nelle campagne, trasportandola però nel centro urbano sul palcoscenico formato dalla piazza del Duomo. Queste rappresentazioni, pur
continuando ad ottenere un notevole successo di pubblico, hanno perso molto dell'antica matrice in seguito a manipolazioni esterne ed
estranee alla sensibilità popolare come, ad esempio, l'introduzione, verificatasi qualche anno la, di un organo elettrico in luogo della
fisarmonica, l'uso di costumi sfarzosi noleggiati presso grandi sartorie teatrali, mentre invece nel Bruscello tradizionale erano nella
maggior parte dei casi improvvisati. Altri elementi estranei sono riscontrabili sia nei testi che negli allestimenti che hanno assunto le
caratteristiche del melodramma e dell'operetta: libretti d'autore colto e musiche scritte appositamente, come si può verificare dalle esemplificazioni presenti in questo disco. Le registrazioni di questo disco sono
state effettuate da Romolo Fioroni e Giorgio Vezzani in un arco di tempo che va dal 1965 al 1976. i brani di Maggi e Bruscelli qui
proposti provengono tutti (ad eccezione dei n. 1, 3, 4 solo per il "Paggio", 6, 7, della prima facciata) da registrazioni
effettuate durante i diversi spettacoli: non si tratta di documenti di manifestazioni memorizzate, ma in funzione, raccolti pertanto
durante le rappresentazioni con i commenti del pubblico che vi partecipa in maniera assidua e intensa (ne è anzi una componente non
secondaria), i rumori di scena. Proponendo dischi di documenti etnici quali ballate, canzoni, esecuzioni strumentali, c'è la possibilità
di scegliere, entro certi limiti, tra diverse registrazioni anche di uno stesso brano: a volte è addirittura lo stesso
esecutore-strumentista che censura una propria esecuzione, come è pure possibile far eseguire una o più volte lo stesso brano, anche in
epoche diverse, specialmente quando tra ricercatore ed informatore si instaurano certi rapporti (non solo di collaborazione, ma di
reciproca stima) che vanno oltre il primo incontro. (E il mantenimento di certi rapporti è, in fondo, uno dei meriti maggiori del
folk-revival, attraverso il quale l'esecutore tradizionale trova nuove occasioni per far conoscere la propria tradizione, la propria
cultura). Ora l'utilizzazione di registrazioni
ripetute, o effettuate appositamente per il disco, sarebbe possibile anche per il Maggio, ma abbiamo preferito presentare documenti
(sebbene con alcuni inconvenienti propri della ripresa dal vivo) di una realtà culturale attuale e in funzione come quella del teatro
popolare dell'Appennino tosco-emiliano, a testimonianza della sua permanenza e validità e quale omaggio a quanti operano oggi,
con notevoli sacrifici, per la continuità di questa tradizione. Giorgio
Vezzani (Presentazione del disco
"Riverita e colta udienza. Teatro popolare dell'Appennino tosco-emiliano", a cura di Giorgio Vezzani,
Cetra Ipp 362, 33 giri 30 cm., 1978)
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